Bambini ed anziani nella città di Wadi Musa

Partiamo sempre presto, come d’abitudine. Tra che Mohammed si sveglia alle 4.30, come ogni buon musulmano, tra che il sole sorge presto e tramonta presto, alla fine la sveglia suona sempre alle 6.30, che per inciso sono le 5.30 italiane. Mohammed ci racconta, mentre ci mettiamo in moto, che il muezzin attacca la prima preghiera, il ṣalāt al-ṣubḥ, alle 4.30. Una volta, i muezzin si recavano di persona in cima al minareto per ricordare ai fedeli di prepararsi alla preghiera, ma al giorno d’oggi si sono attrezzati, ed un sistema di altoparlanti sveglia i fedeli con la cantilenate preghiere in automatico.In passato Mohammed, ci racconta, era un devoto praticante. Di per se, l’essere praticante non ha niente a che vedere con il fanatismo, sia ben chiaro. Il fatto che le usanze siano differenti non ha nulla a che vedere con la strumentazione religiosa, e dovremmo saperlo molto bene proprio noi, che mascherando le crociate come guerre di religione, abbiamo alacremente massacrato migliaia di persone, per non parlare della Santa Inquisizione.

Ad ogni buon conto, Mohammed, che ora non è più un assiduo praticante ma è diventato come la maggioranza di noi cattolici un frequentatore saltuario, ha però mantenuto l’abitudine di usare il canto del muezzin come sveglia, anche se non gli puoi dare una tappata sopra per farlo suonare dopo 5 minuti però…

Se siete curiosi di sapere cosa canta il muezzin al mattino, potete trovare il testo completo qui http://it.wikipedia.org/wiki/Muezzin. Scoprirete che, al contrario di quanto la maggior parte degli italiani pensa, la lingua araba non è composta solo da una sequenza interminabile di “alh”, ma che anzi il testo è molto vicino a alle invocazioni proprie della tradizione cristiana.

Il Monte Nebo

La stele del Monte Nebo

Le strade sono semi deserte, e percorriamo la lunga salita che porta al Monte Nebo passando nelle vicinanze della città di Madaba, famosa per i suoi mosaici. Mohammed ci dice che percorre intenzionalmente strade laterali, un pò anche per farci vedere qualcosa che non siano lunghe autostrade. Passiamo innumerevoli agglomerati di case sparse, ma francamente niente di interessante.

Il sito del Monte Nebo è chiave per due delle religioni monoteiste, quella ebraica prima e quella cristiana dopo, e comunque rispettato da quella Musulmana, che come tutti saprete considera tutti i nostri santi come profeti, incluso Gesù Cristo. Situato a 817 metri sul mare, dal Monte Nebo si gode la vista della Terra Promessa. Stando al Duteronomio, da quel punto Mosè vide la terra che Dio promise al popolo eletto, prima di morire. Secondo la tradizione, lo stesso Mosè vi fu sepolto, anche se nessuno ha mai trovato alcuna traccia della sepoltura. Gli studiosi discutono ancora se il Monte Nebo sia o meno il sito citato nella Torah, la Bibbia originale da cui deriva la moderna Bibbia dei Cristiani, ma poco importa ai fedeli di tutto il mondo, che ancora oggi vengono qui in pellegrinaggio.

Arriviamo al Visitors Center. Appena scesi un vento teso e freddo ci colpisce in faccia. Gli alberi che costeggiano il percorso che porta alla scultura cruciforme si piegano violentemente. La scultura cruciforme dell’artista italiano Giovanni Fantoni è stata posta da Giovanni Paolo II durante la sua visita nel 2000. A ricordare l’italianità del gesto, una serie di piastrelle nere a forma circolare, tra cui spicca il nome della città di Milano, circondano la scultura.

Proseguendo controvento, arriviamo al sito vero e proprio, scoprendo che la chiesa del IV secolo è chiusa per lavori di conservazione e restauro, sempre operati da un team di archeologi italiani, già dal 2006. Un’incastellatura molto alta ricopre le rovine, che una volta erano visitabili ma ora non lo sono più. La nostra solita fortuna. I mosaici più preziosi, che una volta decoravano il pavimento della chiesa, sono stati sollevati di peso e posti in una tenda di tela marrone grezza e pesante giusto di fronte al piccolo museo che contiene altri reperti provenienti dalla chiesa.

Il vento forte sbatte la tenda, e scatto qualche foto del mosaico. Purtroppo è molto grosso, e molte parti sono lontane dalla nostra vita e comunque non visibili per via della scarsa illuminazione all’interno della tenda.

Diamo un’occhiata veloce al museo. Come sempre in questi casi, i curatori del luogo hanno apposto parecchie informazioni di carattere storico, ma non contanto che se ci dovessimo soffermare su ogni singolo pannello, la visita durerebbe una giornata e non qualche ora. Usciamo dal museo e costeggiando la chiesa, troviamo un balcome panoramico, con tanto di tavola di orientamento. Portroppo, nonostante il vento che sferza senza pietà il Monte Nebo, c’è molta foschia e riusciamo solo ad indovinare dove si trovino Jerico e Gerusalemme, mentre riusciamo a scorgere abbastanza chiaramente la valle del Giordano e la propaggine settentrionale del Mar Morto.

La Terra Promessa

Il tempo di prendere due foto, lottando contro il vento per tenere ferma la macchina, e torniamo alla macchina. Mohammed è sorpreso di vederci così presto, e gli raccontiamo che il vento certo non ha agevolato la visita. Lui conferma che la zona è molto ventosa, per cui riscendiamo verso Madaba e la chiesa ortodossa di San Giorgio.

La Chiesa San Giorgio a Madaba

Entriamo nella piccola città di Madaba. Già da fuori si vedono molti negozi che offrono i famosi mosaici di pietra a prezzi modici. La nostra guida ci racconta che, con molto ingegno e per certi versi giustizia, coloro che producono i mosaici sono in genere portatori di handicap. Con il fatto che la Giordania certo non è attrezzata per rendere la vita facile a queste persone, a Madaba viene insegnato loro il paziente lavoro di assemblamento dei mosaici, permettendogli di avere una vita onorevole e di guadagnare il giusto che permetta loro di sostenersi.

La Mappa della Terrasanta

La chiesa si trova nel centro città. Mohammed cerca di parcheggiare all’italiana, proprio davanti al cartello di divieto di sosta, giusto il tempo per farci scendere, ma un polizziotto solerte ci caccia subito. Girato l’angolo si trova il parcheggio a pagamento. Intuisco che la nostra guida volesse farla franca parcheggiando fuori per fare la cresta sui soldi del parcheggio. Spiacente amico, ti è andata male.

Dal parcheggio una strada conduce alla chiesa vera e propria. La troviamo strapiena di turisti, cosa che avevamo intuito vedendo la massa di autobus parcheggiati. Entrando si rimane subito colpiti dai colori vivaci dei mosaici appesi alle pareti che rappresentano figure sacre. Al centro una massa di gente sosta intorno ad un’area transennata. Attendo con pazienza il mio turno di avvicinarmi alla famosissima Mappa della Terrasanta, realizzata sotto forma di mosaico sul pavimento della chiesa. Davanti a me un gruppetto di italiani fa conversazione parlando della Tati, Ceci, Biba e dei cavoli loro in Italia. Gli faccio notare, senza celare il tono infastidito, che la conversazione la possono continuare fuori dalla chiesa, che volenti o nolenti non è un museo ma un luogo di culto, e che in ogni caso impediscono il passaggio.

Arrivo finalmente al capolavoro di mani ignote. I dettagli, per quanto seghettati dalla natura del mosaico, sono impressionanti ed al tempo stesso riconosibili. Sulla cartina di Gerusalemme, che faccio fatica a vedere perchè troppo lontana, leggo che gli studiosi sono persino riusciti a riconoscere riferimenti che gli hanno permesso di datare il mosaico tra il 543 ed il 560. La chiesa che vediamo oggi è stata innalzata nel 1890 sulla base di una chiesa bizantina di monaci greco-ortodossi. Il ritrovamento del mosaico avvenne durante quel periodo.

Dopo un breve giro nella chiesa, che non offre molti altri spunti, ritorniamo dalla nostra guida per proseguire il viaggio verso la fortezza crociata di Shawbak.

Il Castello Crociato di Shawbak

Il castello di Shawbak

La strada si fa più lunga. Abbiamo circa due ore di trasferimento, alla notevole velocità di 80km orari. Le pattuglie di polizia, tutte dotate di pistole laser per la misurazione della velocità, si sprecano. Mohammed ci racconta che sono molto detestati dalla popolazione. Il lavoro di polizziotto è poco rischioso ma ben remunerato, e sono infelssibili. Inoltre, ci spiega, sono assolutamente incorruttibili sia perchè guadagnano molto bene, sia perchè le pene sono severissime. Solo l’offrire soldi ad un pubblico ufficiale comporta un anno di galera, e se l’ufficiale li accetta, la pena sale a 3 per corruzione, sia per il corruttore che per il corrotto. Certo, la prospettiva di farsi un anno nelle galere giordane è un ottimo deterrente per chiunque.

Shawbak è situata sulla sommità di un colle dalla conformazione curiosa ed affascinante. Le forme arrotondate delle colline ed il taglio particolare del calcare di cui è composto creano un gioco di ombre e di colori bello ed al tempo stesso conturbante. Nuvoloni grigi coprono il sole, donando una strana luce luminosa eppur soffusa.

Il Visitors Center è stato costruito su una collinetta più bassa rispetto al castello, e la strada che porta all’ingresso principale e stata ricavata dalla classica mulattiera. Stretta e ripida, sale in senso orario. L’autista suona abbondantemente per farsi sentire, sappiamo che è possibile che qualche autobus scenda, e francamente nessuno ha voglia di rischiare di volare giù dal precipizio privo di guard rail.

Colori incredibili

Arriviamo davanti all’ingresso principale. Una vista incredibile sulla vallata sottostante si apre davanti a noi. Un gruppo esce dal castello mentre entriamo, ed il guardiano si offre di farci da guida, ma memore dell’esperienza di Azraq, diniego l’invito. Una piccola salita sempre in senso orario, quasi come una spirale che parte dalla base della collina, conduce alla porta d’ingresso. In giro non c’è nessuno, siamo soli nella nostra visita a questo posto così carico di sentore crociato. Il castello ha pianta ellittica, e alcune parti sono intatte, inclusa la cinta muraria esterna, edificata in epoca Ayyubide quando Saladino lo occupò. A memoria diciò, si leggono iscrizioni in lingua araba incise nei muri. La struttura è imponente e solida. Ci aggiriamo tra gli archi a sesto acuto, locali costruiti di grossi pietroni di roccia e alte mura. In alcune parti si aprono ingressi a scale che scendono nel buoi. Acceddo la mia piletta d’emergenza, ed entro in una di queste, ma non vedo il fondo, e non sapendo se la struttura regga o meno, lascio perdere e proseguo la visita sulla parte esterna.

La parte alta del castello è oramai in rovina. Resti sparsi abbondano in attesa che qualcuno restauri il sito. Una terrazza priva di protezione mi offre la scusa per scattare una panoramica. Chiudendo il cerchio arriviamo a quella che un tempo era chiaramente una cappella, anche se oramai priva del tetto.

Scendiamo verso l’uscita dopo un’oretta passata ad esplorare la fortezza. Mentre usciamo un gruppo di distinti signori, italiani ovviamente, si sta addentrando nel castello. Saliamo in macchina per proseguire alla volta di Petra, dove concluderemo la nostra giornata di visite, in preparazione della giornata piena di visita ad una delle sette meraviglie del mondo moderno.

Little Petra

Il tesoro di Little Petra

Mentre proseguiamo per Petra, la guida ci fa notare il graduale cambiamento della roccia. Da roccia calcarea bianco giallognola, a roccia friabile, di un rosso ruggine intenso. La strada si snoda tra colline rossastre popolate di ulivi e macchia desertica, e ci ricorda molto le colline del chianti. Il posto è deserto, siamo soli, nessuna macchina passa, e ci sembra quasi di vedere un panorama marziano. Solo un cane, lo vediamo dall’alto nella strada sottostante. Incuriosito punto in qualche modo il teleobiettivo e gli scatto qualche foto in movimento, accorgendomi solo dopo di averlo ritratto nel bel mezzo del suo bisognino!

La strada oramai punta dritta verso la citta di Wadi Musa, subito alle porte dell’antica capitale nabatea. Ad un certo punto la guida svolta a destra, per farci vedere il sito di Al Beidha, meglio noto come Little Petra. Arriviamo oramai con il sole basso, ma questo dona al luogo un fascino ancora maggiore. Davanti all’ingresso una tenda beduina con molte pecore libere. Mamma pecora ha una nidiata di agnellini che corrono a destra e sinistra, con movimenti molto simili a cani, che ci rimepiono di tenerezza, anche pensando al fatto che qui la carne di agnello è molto popolare e ricercata.

Il sito di Al Beidha mostra alcune somiglianze con il sito più noto. Anche qui subito all’ingresso c’è un “Tesoro” seppur in scala minore, ed anche qui l’ingresso al sito è protetto da un piccolo siq, un canyon. Quello che proprio non ci aspettavamo, appena passati il cortissimo siq, è di trovare un’imponente tomba in classico stile nabateo proprio davanti a noi. Il mio obiettivo si surriscalda mentre le provo tutte per trovare la giusta esposizione. Sempre più impressionante è l’interno del sito, con grandi panche per sedersi ricavate nella roccia. La tomba vera e propria è nella parte bassa del monumento, mentre la parte superiore serviva come posto di ristoro per coloro che andavano a rendere omaggio ai defunti.

Little Petra era anche fondamentale come punto di ristoro e scambio commerciale all’epoca dei nabatei. Questo giustifica l’enorme quantità di caverne ricavate nella roccia, usate come magazzini, negozi e cisterne. Si notano perfino lavatoi, affreschi, nicchie per divinità.

La tomba grande a Little Petra

Continuando per il lungo canyon ci ritroviamo ai piedi di una lunga e rovinata scalinata. Angela non se la sente, ma io sono troppo curioso. Usando il monopiede della macchina fotografica come una racchetta da trekking, salgo fino a raggiungere una pietra dall’inquietante a forma di corvo appollaiato. Gli passo dietro e ci trovo…. delle seggiole ed una bancarella che vende pacottaglia locale e offre tè e shisha, la tradizionale pipa ad acqua! Tutto mi sarei aspettato tranne questo! Oltrepasso un pò infastidito la beduina che offre la sua mercanzia e guardo incuriosito la valle nascosta che mi si presenta davanti. Sembra di essere su Saturno.

Tiro un fiato, scatto due foto e lascio il posto, incrociando una famigliola di turisti che salgono.

Arrivo a Petra

Da lontano scorgiamo Wadi Musa, la moderna città che è sita di fronte al sito archeologico di Petra. Subito prima però transitiamo in una città di prefabbircati popolata di bambini e nonni. Mohammed ci dice che quello è l’insediamento in cui le autorità hanno alloggiato i beduini che occupavano le rovine della città di Petra, anni fa.

Certo quell’agglomerato molto stona con la modernità degli alberghi di Petra, nomi come Movenpick e Crown Plaza, posizionati proprio all’ingresso del sito. Rimaniamo scioccati dalla incredibile quantità di autobus parcheggiati. Ne avrò contati, ad occhio, almeno un centinaio. E Mohammed ci dice che adesso che è inverno ce ne sono pure pochi. Durante la primavere ce ne sono molti, ma molti di più.

In ogni caso raggiungiamo la Petra Guest House, strategicamente posizionata proprio sopra l’ingresso di Petra. La guida ci informa che il Lunedì sera, e solo il Lunedì, si svolge uno spettacolo al buio al Tesoro. Il sito viene illuminato da candele e torcie. Il problema è che fa un freddo da battere i denti, ed Angela, freddolosa, non se la sente, per cui a malinquore lasciamo perdere e ci avviamo verso la nostra camera per una bella doccia.

Cena veloce in un ristorante locale con prezzi da rapina, e poi nanna presto. Domani si comincia alle 7.15…

Trovate tutte le foto nella galleria.

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