Il Tesoro di Petra

La mattina è fortunatamente soleggiata, anche se ci sono nuvoloni all’orizzonte. Ci alziamo presto, che novità, perchè abbiamo appuntamento con il mattiniero Mohammed che ci ha consigliato di partire presto per evitare la folla, anche se d’inverno non ce ne sarà poi tanta.

Alle 7.30 in punto ci ritroviamo nella hall della Guest House. Mohammed è già presente, come al solito, e ci accompagna dalla nostra guida, un giovane ragazzo giordano. Alto, occhi verdi, lineamenti quasi europei, giacca rossa con kheffieh rossa giordana al collo come sciarpa. La guida è pagata, ma mentre sono davanti al visitors center, noto un pannello che indica il costo per visitare il Monastero e l’Altura del Sacrificio. Chiedo informazioni e mi viene fatto capire che è extra, per cui cambio alcuni dollari in previsione, anche se francamente mi sembra strano pagare un biglietto d’ingresso così caro, ben 50 euro, e non avere quei due siti aggiuntivi.

Entriamo e cominciamo a percorrere in discesa la strada di ciottoli che conduce all’ingresso del siq. La guida ci dice che abbiamo una corsa a cavallo per arrivare all’ingresso del sito, ma che ci conviene farla al ritorno quando siamo stanchi. Comunque è già pagata nel biglietto.

Mentre percorriamo la strada, sulla sinistra troviamo la prima tomba, cosiddetta dell’Obelisco, a ricordarci dove stiamo andando. Dopo poco arriviamo alla partenza del siq. Un grosso terrapieno si alza sulla sinistra, mentre davanti a noi vediamo un tunnel cieco. La guida ci spiega che il terrapieno e la galleria servivano, ai tempi dei nabatei, per contenere l’acqua che defluiva dalla collina antistante il sito. L’acqua così girava la curva ed invece di proseguire allagando il siq e Petra, si vermava lì. Ingegnoso.

Saliamo e riscendiamo dal terrapieno e percorriamo il siq. La quida ci fa notare che sul bordo è pieno di canalizzazioni per l’acqua, una più alta in terracotta per l’acqua potabile, ed una più bassa scavata nella roccia ed aperta per gli animali. A metà del siq si ferma per farci vedere quello che resta di un grande altorilievo dove si vedono due carovane di cammelli incrociarsi. A suo dire quello era il segno del confine della città.

Proseguiamo schivando i carretti che cominciano ad andare e venire nel siq. Mentre i cavalli che portano all’ingresso principale non possono entrare, i carretti possono percorrere l’ultimo tratto. Un modo come un altro per spremere più soldi.

Il Tesoro

La statua della carovana nel Siq di Petra

Non c’è nessuno, siamo soli. Dopo poco il siq si stringe e la guida cerca di creare un momento di suspance. Ma quale suspance! L’abbiamo vista mille volte in vari film, faccela vedere!

Ed infatti dietro la curva ecco il famoso Tesoro, più propriamente Al Khasneh al Faroun “Il Tesoro del Faraone”, netto ed illuminato oltre il canyon. Una fotografa armata di cavalletto sta scattando, io mi accontento del monopiede. Il siq si affolla, i carretti passano incuranti della gente ferma ad ammirare il capolavoro. A questa gente, ragiono, del monumento importa ben poco; più tragitti fanno, più soldi porteranno a casa, e basta guardarli in faccia per capire che hanno ben pochi altri valori in mente.

Entriamo nella piazza antistante al tesoro. Veramente imponente. Scavato dal vivo nella roccia, non presenta alcun tipo di imperfezione. C’è da chiedersi come abbiano fatto a realizzarlo, visti gli strumenti a disposizione all’epoca. Il monumento non è visitabile; davanti all’ingresso stazionano due guardie in tenuta tradizionale, affiancate da due poliziotti a cavallo in uniforme moderna. Al centro dello spiazzo di terra rossa due cammelli accucciati in attesa di turisti. Questi ultimi si tengono a ridosso della parete al lato opposto della tomba, per poterla catturare meglio con la macchina fotografica.

Un gattini impudente decide che il posto migliore per fare il suo bisognino è il centro dello spiazzo. Con nonchalance si piazza al centro tra la folla ed il Tesoro, scava la sua buchetta, ci si siede sopra a coda ritta e deposita la sua produzione, tra le risate degli astanti. Con calma si gira, la controlla, ricopre la buca e prosegue. Beh, quantomeno è educato ;)

La guida ci spiega che il nome errato è dovuto ai mammalucchi, i quali erano convinti che ci fosse un tesoro contenuto nell’urna in cima alla tomba. Non sapendo come fare per aprirla, hanno pensato bene di prenderla a fucilate…

Gli incredibili colori della roccia

Di fronte al Tesoro sulla destra ci sono delle altre tombe. La guida mi porta sotto una di queste a mostrarmi come erano seppelliti. Incredibile ma vero, le salme occupavano solo tre nicchie posizionate al centro del muro in fondo, ed erano sepolte a gruppi di due per ogni nicchia, sotto di esse. Il resto della tomba, in questo caso una grossa stanza interamente ricavata nella pietra, è semplicemete vuota. Quello che colpisce quasi subito sono le nervature colorate della pietra. In un primo momento sono così evidenti che sembrano colorate per finta, ma in realtà è proprio il loro colore naturale. La luce però non è delle migliori, per cui usciamo e proseguiamo la visita del sito.

La Valle di Petra

Il siq si allarga sulla destra del Tesoro. Un’infinità di tombe si aprono su entrambi i lati del siq. Questo luogo viene chiamato “Strada delle Facciate”. Questa volta le nervature della roccia sono ben visibili. Le tombe in realtà sono spoglie dentro, quello che è interessante sono le facciate, che però mostrano dei colori incredibili se prese la sera. Anche al mattino però i colori restano magnifici.

Subito oltre le facciate troviamo il provvidenziale baracchino munito di toilette. Dopo una breve sosta, la guida ci dice che qui possiamo pagare il biglietto per salire. Io gli chiedo “scusa ma dov’è la biglietteria?” e lui mi risponde “beh, ma lo dovete pagare a me!”. Ah ecco la fregatura, caro mio siamo italiani mica scemi. No grazie ce lo andiamo a visitare noi dopo con calma, proseguiamo pure. La guida a quel punto, capito che non si spreme un centesimo, accellera passo e accorcia le spiegazioni.

Alcune tombe nella valle

Mentre la guida ripete a zabetta la lezione appresa, ammiriamo il teatro romano costruito dai nabatei, per una capacità di 3.000 persone circa. Comprendo dalla discussione con la guida che il suo inglese in realtà non è buono come vuole far credere. Ripete così tante volte la lezione a memoria, che alla fine da l’impressione di parlarlo bene, ma nella realtà, appena cominci a fare domande, ti guarda con sguardo un pò perso e si spiega male.

Passiamo davanti ad un altro baretto e vari negozietti. Un ragazzino a dorso di mulo sta salendo di gran fretta verso le tombe reali. Due poliziotti a cavallo lo osservano con sguardo torvo. Il ragazzo mena di lena il povero ciuchino. Le guide parlottano e scopro che il ragazzino ha marinato la scuola. Le guardie lo aspettano tranquille al varco, per una sicura punizione.

Oramai abbiamo capito che la guida ha poca voglia di stare con noi e che mira a rientrare per prendere un’altro incarico. Infatti passa di corsa davanti alle tombe reali citando solo il nome. Noi abbiamo la nostra fida guida touring e ce ne freghiamo, abbiamo comunque l’intera giornata.

Proseguiamo da soli

Il Tempio Grande

Saliamo su una collinetta che domina la valle di Petra. Sulla destra si intravede una tensostruttura che ricopre qualcosa. La guida ci dice che è una chiesa ortodossa, di andarcela a vedere noi dopo. Gli rispondo in modo pungente, ma tanto è inutile, questi fanno la fame e sono come prostitute, più clienti hanno ogni giorno e più portano a casa. Gli chiedo se ha mai viaggiato e mi risponde di no, non si è mai mosso dal suo polveroso paesino in mezzo al deserto.

Raggiungiamo un’altura da cui si vedono chiaramente la strada colonnata, la porta di Traiano ed il Qasr al-Bint, o Castello della Figlia del Faraone. Ci butta lì un’improbabile spiegazione raccontando una maccheronica storia di spose egizie, e poi ci informa che la visita guidata, ben 1h30, è conclusa e che ci lascia lì, sulla collinetta, a proseguire. Okkai, ciao ciao, se ti aspetti la mancia, scordatela. Infatti quando gli tendo la mano la guarda per verificare se contiene soldi, la stringe velocemente e taglia la corda.

Andiamo a dare un’occhiata veloce ai musei che si trovano a fondovalle. Stanno costruendo un moderno ristorante, sarà pronto per la primavera, non oso pensare al trambusto che ci sarà per l’ora di pranzo. Da lì si parte anche per il Monastero, ben ottocento scalini, ci diciamo che lo vedremo la prossima volta. Si può fare a dorso di mulo in salita, ma lasciamo perdere. Ritorniamo sui nostri passi e visitiamo i castello e proseguendo la strada colonnata ci addentriamo nel tempio grande.Riscendendo sulla strada noto che le colonne sono ingombre di pacottaglia venduta da donne beduine. Una di queste fuma qualcosa che ha tutto tranne che il sapore di una sigaretta. Dev’essere roba buona però.

La Tomba dell'Urna

Ritorniamo verso le tombe reali e saliamo alla Tomba dell’urna. Sulla salita ancora venditori. Un colonnato offre spunti per fotografie. Aspettiamo che un gruppo di turisti scemi un pochino e poi entriamo nell’enorme ambiente della tomba. E’ così grande che c’è l’eco.

Riscendiamo a visitare le altre. Salgo su uno spuntone di roccia circondato da tombe e tombe ed altre tombe, e scatto dall’alto qualche foto al teatro.

La tomba di Sestio Fiorentino

Proseguiamo costeggiando le altre tombe, la più imponente è la tomba del Palazzo. In fondo alla strada la guida Touring ci indica la salita per la tomba di Sesto Fiorentino.

Sono curioso, vorrei salire. Angela dice che mi aspetta al sole, per cui parto. Una lunghissima scalinata si inermpica sul costone di un canyon ripido. Arrivo in cima tutto sudato. Un sentiero costeggia la parete nel senso inverso della scalinata. Sono solo, si sente solo il rumore del vento e quello del mio fiato affannato. Dall’alto si vedono altre tombe in lontananza. Arrivato in fondo al sentiero mi ritrovo davanti ad una scalinata lunga il doppio della precedente. Mi faccio due conti, e sapendo che dovrò fare altri trecento scalini più tardi per arrivare all’altura del Sacrificio, torno sui miei passi. Sesto Fiorentino lo saluterò un’altra volta…

350 gradini

L'altura del Sacrificio

Scendiamo nuovamente a valle. Ci dimentichiamo completamente della chiesa e dei suoi mosaici. Peccato, ce ne siamo accorti una volta tornari in camera, quando era troppo tardi.

Ci fermiamo al bar a tirare un fiato e ci beviamo un tè alla menta, che in realtà è un tè Lipton con dentro un rametto di menta messo sul momento, per cui tutto sa tranne che di menta.

Mentre ci avviamo, dal’alto della tomba dell’Urna arrivano forti e chiare parole di “Volare” cantate a squarciagola da un turista di ignota nazionalità, seguito dal coro di altri turisti di altrettanto ignota nazionalità. I turisti americani al tavolo con noi ci ridono sopra e dichiarano “Italians!”.

Tirato il fiato, e fatta la pausa pipì, ci avviamo per la salita. La scalata si fa lunga e faticosa. Dopo una bella salita di un quarto d’ora ci troviamo nuovamente delle bancarelle. Davanti a noi un altro scalatore solitario. C’è un bivio e tiriamo dritti. Il terreno si fa terribilmente brullo e non c’è più sentiero, solo una traccia. Qualcosa mi dice che abbiamo sbagliato strada. Quel qualcosa diventa una voce insistente, anzi proprio urla “di quiiiiiii”. Ci giriamo e notiamo una ragazza beduina che ci chiama a squarciagola sbracciandosi. Ci ridiamo sopra e ritorniamo sui nostri passi. Le bancarelle nascondevano il percorso. Riprendiamo la salita e dopo poco arriviamo davanti a due obelischi di pietra. L’ultima salita ci porta in cima al cucuzzo dove si trova l’altare su cui compivano i sacrifici. Si vedono perfino gli scoli scavati per far defluire il sangue.

Un tedesco senza mezzi termini ci sale sopra e scatta alcune foto. Mi affaccio sulla balconata che domina la valle di Petra e scatto anche io. Ridiscendiamo e manchiamo clamorosamente il percorso che porta ad altre bellissime tombe. Anche di queste ci accorgeremo con rammarico una volta arrivati in camera; peccato essere saliti fino a li ed averle perse. Sarà per un’altra volta. Garantito.

Le scarpe dei turisti

Le Tombe Reali

Ridiscendiamo che oramai comincia a rabbuiarsi. La gente comincia a defluire. Lungo il siq evitiamo i calessi che in un continuo via vai riportano i turisti stanchi verso l’ingresso. Nonostante sia imbrunire c’è ancora molta gente che entra. Una comitiva di orientali con la mascherina verde da sala operatoria sul viso, manco avessero paura di respirare un pò di polvere. Un’altra comitiva di russi, che salgono senza ritegno sulle roccie per fare le foto, vestiti in maniera improbabile, tute sgargianti, t-shirt con il freddo che fa, addirittura minigonne.

Ci sediamo su una panchina a metà strada e facciamo caso alle scarpe della gente. Si passa da infradito e sandali con le calze (bianche ovviamente) a stivali con i tacchi a spillo! Ne vedo veramente di tutti i colori. Senze farmi notare scatto alcune foto per documentare la “originalità” della gente. Giusto per chiarimenti, la strada non è asfaltata, è sabbiosa, piena di ciottoli, buche, avvallamenti, insomma un vero fuoristrada…

Con calma arriviamo al terrapieno. Chiamo uno degli innumerevoli guidatori di cavalli e mostro il biglietto. Mi dice che è sera e che bisogna pagare. Io gli rispondo che non lo abbiamo fatto all’andata ma che l’abbiamo pagato. Ci indica il capo, che se ne sta su una pedana rialzata a segnare chi parte e chi arriva. Ci dice ok salite, ma io ho bell’e che capita l’antifona e faccio salire solo Angela, così le scatto anche un pò di foto mentre si fa trasportare dal povero cavallo che incespica nei sassi, guidato da un beduino svogliato e frettoloso.

Le scarpe giuste per visitare Petra!

Arrivato in cima gli allungo un dinaro di mancia, e quello mi grida dietro “Beh, cos’è questo, me ne devi dare almeno tre!”. Hai capito il beduino?

Saliamo alla guest house, ci buttiamo sotto la doccia. Le gambe sono abbastanza indurite. Ceniamo velocemente nel ristorante della sera prima a base di tabbouleh, hummos e kebob e poi a nanna. Domani però si parte con calma, stavolta.

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